San Marino, Giulio Andreotti: "Un faro di libertà"
PDF Stampa
Lunedì 06 Maggio 2013

 

Considero un grande onore il prendere la parola nel ricorrente momento bi-annuale nel quale la vostra Repubblica riafferma rigorosa fedeltà ai suoi liberi ordinamenti: con un suggestivo cerimoniale che non è forma, ma sostanza di una tradizione gelosamente custodita; un rito civile del quale la parte religiosa non è affatto sovrastrutturale o marginale. Errate concezioni di una presunta modernità fanno dimenticare talvolta i valori perenni della storia e il necessario fondamento etico di ogni autentico moto di sviluppo civile e sociale.

In alcuni momenti – e talvolta di non breve durata – contrapposizioni temporaliste hanno accentuato i motivi di divisione, ma in tempi più o meno lunghi le tensioni si attenuano, le passioni si domano e l'equilibrio torna a governare.

Così, se è ineccepibile, nel ricostruire la vostra storia, esaltare il momento coraggioso di ospitalità prestata a Garibaldi e ai suoi uomini reduci dalla sconfitta Repubblica Romana, questo lo si può fare ora senza alcuna implicazione polemica nei confronti della Santa Sede. Senza riandare ai tempi di due cardinali – l'Albornoz e l'Alberoni, qui ricordati non per loro attività pastorali – è fuor di dubbio che la frammentata situazione geopolitica dell'Italia a metà del secolo diciannovesimo non consentiva a Pio IX di rinunciare al potere temporale, che si sarebbe concluso militarmente a Porta Pia il 20 settembre 1870 e diplomaticamente cinquantanove anni dopo, con i Patti Lateranensi di cui, non a caso, la Repubblica Italiana ha voluto fare esplicita menzione nella Carta costituzionale. Giova anche ricordare che un illuminato Pontefice, Paolo VI, non esitò a dichiarare che la liberazione dagli affanni della cosa pubblica era stato un dono fatto da Dio alla sua Chiesa.

Posso quindi partecipare oggi a questo rito senza dovere (come fece il 1° aprile 1989 Giovanni Spadolini, in un discorso peraltro dotto e bellissimo) disquisire se il Dio civico e repubblicano – del quale Giosuè Carducci aveva detto qui in San Marino che «era ancora lecito non vergognarsi» – sia lo stesso Dio, senza aggettivi, che abbiamo oggi pregato pubblicamente, nel rituale di questa emozionante celebrazione civica.

Del resto ha un profondo significato che, a parte il perfezionismo di dispute storico-agiografiche, il fondatore della vostra Repubblica sia esaltato con la sua qualifica di santità. E, senza confusione di confini, a me piace rilevare che nel territorio nazionale italiano i comuni che prendono il nome da un santo sono ben 1.055.

Che posso aggiungere a quanto, nelle circostanze come quella odierna, è stato detto da persone così illuminate come lo stesso Giovanni Spadolini, Piero Calamandrei e Norberto Bobbio?

Penso che la sintesi più appropriata resti quella che Abramo Lincoln espresse scrivendo ai Capitani reggenti nel 1781: «...benché il vostro dominio sia piccolo, nondimeno il vostro Stato è uno dei più onorati di tutta la storia». Semmai oggi, dopo la creazione di tanti nuovi Stati nell'assestamento postcoloniale seguito alla seconda guerra mondiale, questa vostra caratteristica si accentua smentendo oltre ogni dubbio che «il numero è potenza». Senza dire che le posizioni di potenza per così dire materiale possono facilmente scivolare in pre-potenza. Di più: la neutralità è spesso confusa con debolezza e il non allineamento con un deficit di convinzioni e di impulsi ideali. È vero il contrario, mentre la preoccupante involuzione psicologica e morale, che è alla base di fenomeni di terrorismo, ha portato tutti, almeno dopo il tragico 11 settembre 2001, a dover riconsiderare i concetti di sicurezza affidati alle superiorità militari.

Non sto qui a fare l'elogio dei profeti disarmati. Nel secondo dopoguerra l'Occidente ha avuto la necessità di dedicare adeguate risorse ai bilanci militari per contrastare le minacce dell'imperialismo sovietico. La filosofia del Patto atlantico si sviluppò appunto attorno a due concetti: 1°) associazione di forze tra Europa e Stati Uniti d'America (consentendo così da parte nostra il contemporaneo finanziamento dei piani di sviluppo economico-sociale, altrimenti impossibili); 2°) adozione della strategia della deterrenza cioè di una forza sufficiente per scoraggiare i propositi offensivi degli avversari. E il nostro modello è stato vincente. L'impero sovietico si è autodissolto, senza che fosse sparato un solo colpo di cannone o, rischio non teorico, che la guerra nucleare facesse cadere tutti nell'abisso.

L'intesa fra Europa e Stati Uniti – meglio direi tra Europa e America settentrionale, perché concerne anche il Canada – si è realizzata anche in un disegno politico di grande lungimiranza, del quale la Repubblica di San Marino è stata parte attiva fin dagli inizi. Mi riferisco all'Atto finale di Helsinki del 1975 nel quale tutti gli Stati dell'Europa (unica eccezione l'Albania, ma con la firma anche della Santa Sede) si impegnarono in un modello forte di cooperazione e sicurezza continentale. Ricordo al riguardo la ferma risposta di Aldo Moro, che aveva firmato nella duplice veste di presidente del Consiglio italiano e di presidente di turno della Comunità europea. A quanti gli chiedevano che significato avessero questi impegni quando Breznev aveva riaffermato la sovranità limitata dei suoi alleati, Moro rispose: «Breznev passerà e questi semi che noi abbiamo posto daranno il loro frutto». Quando, caduto il muro di Berlino e dissolta l'Unione Sovietica, i Paesi di Helsinki (e questa volta anche l'Albania) si ritrovarono a Parigi e dettero vita alla Carta per la nuova Europa, ricordammo con emozione la profetica intuizione del nostro amico rimasto, nel 1978, vittima del terrorismo. Purtroppo, l'Osce non ha raccolto fino ad ora l'attenzione dovuta; che avrebbe forse – tutelando come fissato negli impegni di Helsinki e di Parigi i diritti delle comunità etniche e degli individui – evitato i drammi del Kosovo e di altri punti nevralgici. È un discorso al quale non si dovrebbe rinunciare.

Ma non potrei davvero non parlare della felice coincidenza di questo 1° aprile 2002 con la piena entrata in vigore, proprio oggi, dopo oltre un decennio non davvero d'immobilismo, dell'Accordo di cooperazione e unione doganale tra la Repubblica di San Marino e l'Europa unita, firmato a Bruxelles il 16 novembre 1991.

Ma già da otto anni – esattamente dal febbraio 1983 – avevate allacciato relazioni ufficiali con la Comunità.

Da ultimo, con la convenzione monetaria tra la Repubblica Italiana per conto dell'Unione europea, e la Repubblica di San Marino, avete acquisito il diritto a usare l'euro come moneta ufficiale e a coniare monete sanmarinesi in euro aventi identico corso legale a quello degli Stati membri dell'Unione. Quanto questo, a parte voi cittadini, interessi i numismatici di tutto il mondo è facilmente intuibile.

Ma sbaglierebbe chi attribuisse un primato d'importanza ai problemi mercantili, a quelli turistici e a quelli fiscali, pur certamente non privi di valore.

La Repubblica di San Marino, con le sue istituzioni di garanzia, plasmate in tempi lontani e severamente custodite lungo diciassette secoli, rappresenta prima di tutto un esempio di autentica libertà civile. Libertà nell'ordine: altrove ci si spaventa e si considera poco moderno questo inquadramento della libertà; nella illusione di poter assicurare diritti senza esigere e ottenere il rispetto dei doveri. Questo è uno degli equivoci più corrosivi delle società contemporanee, che non partecipano davvero di quella vostra libertà perpetua, secondo la definizione che piacque raccogliere al Carducci e che è stata spesso ripetuta con ammirazione, rispetto e forse anche con qualche punta di invidia. Libertà nell'ordine. Può sembrare quasi utopistico enunciare questa regola di vita mentre siamo trepidanti per la terra di Gesù dove non si conosce la pace e si rifiutano le vie necessarie per arrivare se non alla convivenza almeno alla coesistenza tra ebrei e palestinesi. Morte e violenza continuano a seminare stragi e ad approfondire solchi.

Nella settimana passata, insieme con la delegazione sanmarinese, abbiamo partecipato a Marrakech alla Conferenza dell'Unione interparlamentare, ricordando la Conferenza di vent'anni fa a Roma, quando Arafat espresse per la prima volta la disponibilità alla via negoziale, che era stata indicata nel 1980 dal Consiglio europeo di Venezia e che rappresenta tuttora l'unica soluzione possibile per dare sicurezza allo Stato d'Israele e allo Stato palestinese, in un contesto di vita e non più di segregazione e di lutti.

La Conferenza di quest'anno, con il voto favorevole anche degli israeliani e dei palestinesi, ha rinnovato unanimemente questo appello responsabile alla via del dialogo, che purtroppo sembra invece allontanarsi.

Non potevo non fare in questo giorno per noi di festa un esplicito riferimento al problema della Palestina, sul quale – come ha accoratamente detto il santo padre Giovanni Paolo II – «nessuno può rendersi latitante!». È la crisi contemporanea più grave che si sia verificata nel campo della giustizia e della libertà.

Ancor di più si apprezza – comparativamente – la ferma difesa che voi sanmarinesi avete saputo e sapete fare di questi valori, tramandandoli di generazione in generazione.

Ma voglio concludere inviando un caldo saluto ai cittadini di San Marino che vivono all'estero e in particolare alla comunità dell'America, della quale ho avuto più volte occasione di poter constatare direttamente l'alto prestigio di cui gode e il forte attaccamento alla patria.

Agli eccellentissimi Capitani reggenti che iniziano oggi il loro mandato rinnovo un fervido augurio di sereno e costruttivo servizio politico.


Giulio Andreotti