Copenhagen, summit fallito
PDF Stampa
Martedì 22 Dicembre 2009

Nessun accordo legalmente vincolante sulle riduzioni delle emissioni di anidride carbonica, ma solo promesse e intese minori su investimenti da stanziare per la tutela dell’ambiente e gli aiuti ai Paesi poveri. L’accordo non prevede tagli di gas serra, rimandando misure precise a un vertice dei Paesi industrializzati in gennaio 2010. Sono programmati invece contributi per 30 miliardi di dollari entro il 2012 ai Paesi in via di sviluppo, in modo che possano sia dotarsi di tecnologie rispettose dell’ambiente, sia contrastare gli effetti dei cambiamenti climatici. Nell’ultima bozza di accordo si parlava di una riduzione delle emissioni del 50% (rispetto ai valori del 1990) entro il 2050, si prospettava un aumento dei contributi ai Paesi in via di sviluppo fino a 100 miliardi di dollari l’anno entro il 2020 e si indicava dicembre 2010 come data ultima per l’adozione di un trattato vincolante. Tutte queste misure dovrebbero limitare a due gradi l’aumento della temperatura atmosferica. Le ragioni del fallimento di Copenhagen sono molteplici e complesse. Da una parte, Obama è alle prese con la riforma sanitaria e l’approvazione da parte del Congresso della legge americana sui cambiamenti climatici è passata in secondo piano. Dall’altra, la Cina si è opposta a un monitoraggio internazionale delle proprie emissioni. Infine, i Paesi più poveri avrebbero voluto far valere il principio delle “responsabilità comuni ma differenziate”, invitando i Paesi industrializzati a un impegno maggiore nella riduzione delle emissioni. Come osservava il climatologo Pasini nel suo blog, “i Paesi africani e gli stati delle piccole isole del Pacifico, che sono i più vulnerabili ed hanno emissioni del tutto trascurabili, puntano ad un rinnovo del protocollo di Kyoto. In tal modo costringerebbero i Paesi sviluppati a prendere impegni vincolanti”. Comunque Copenhagen segna una svolta, nel senso che i Paesi ricchi non potranno più imporre tagli alle emissioni ai Paesi poveri senza considerarne i bisogni di crescita. Come ha affermato Yvo de Boer, responsabile Onu per l’ambiente: “In India 400 milioni di persone vivono senza accesso alla corrente elettrica. Come gli dici di spegnere una lampadina che non hanno?”. Anche Benedetto XVI, nell’Angelus del 6 dicembre 2009 aveva auspicato che la conferenza aiutasse “ad individuare azioni rispettose della creazione e promotrici di uno sviluppo solidale”. “E’ stato un fallimento, un’esperienza fortemente deludente. Il mondo si attendeva una ricetta per affrontare l’emergenza climatica e si ritrova sostanzialmente niente”: queste le parole di Stefania Prestigiacomo, ministro dell’Ambiente italiano, al termine del vertice. “Il vero problema? - ha spiegato - Il G2: Usa e Cina non sono riusciti a trovare un accordo che soddisfacesse entrambi e se non s’incontrano i loro interessi solo un fronte compatto da parte di tutti gli altri Stati membri avrebbe potuto portare ad una conclusione”. L’unico dato concreto riguarda gli aiuti economici ai Paesi poveri, per lo sviluppo delle “tecnologie verdi”: 30 miliardi di dollari entro il 2012 – rispetto ai 10 miliardi della prima bozza – che diventeranno 100 entro il 2020 e a cui gli Usa contribuiranno con 3,6 miliardi. In tre pagine di documento è fissato anche in 2 gradi centigradi rispetto ai livelli preindustriali il limite entro cui contenere il riscaldamento del pianeta entro il 2020, con possibilità di revisione a 1,5 gradi nel 2016. Ma l’intesa non contiene cifre per i tagli alle riduzioni di gas serra per le scadenze fissate al 2020 e 2050, contrariamente a quanto si sperava inizialmente. Le speranze ora sono rivolte al vertice previsto a Città del Messico per fine 2010, ma si lavora a un nuovo summit in estate a Bonn per recuperare il discorso sulle emissioni.