Ecco come Gelmini rivoluziona l'università 
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Mercoledì 28 Ottobre 2009

Il Consiglio dei Ministri ha approvato la riforma dell’università. Una grande riforma, sia pure impegnativa secondo Giulio Tremonti. Una scelta coraggiosa per affrontare in maniera seria i problemi dell’università secondo l’artefice del disegno di legge, ovvero il ministro Mariastella Gelmini. Per lei il 2010 sarà un anno denso di impegni e degno di essere ricordato: la riforma appunto, ma anche il matrimonio. E un libro di fiabe popolari.
La priorità per i fondi che entreranno nelle casse dello Stato dallo scudo fiscale andrà alla riforma dell'Università. Lo ha detto il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, al termine della riunione di governo di questa mattina che ha approvato il disegno di legge che sarà finanziato con la Finanziaria in discussione in Parlamento. "La priorità per i fondi che entreranno grazie allo scudo fiscale andrà all'Università. I finanziamenti saranno predisposti con la Finanziaria", ha detto Tremonti in una conferenza stampa a palazzo Chigi. Il ministro, dopo gli scontri dei giorni scorsi anche con Mariastella Gelmini proprio sulla riforma dell'Università ed i suoi finanziamenti, ha oggi mostrato toni cordiali con il ministro dell'Università e della ricerca.
"Piccoli ministri crescono, sono stato molto contento di lavorare con Mariastella in questi mesi", ha detto all'inizio del suo intervento Tremonti rivolgendosi alla collega. Al termine della conferenza stampa, poi, c'è stato un altro siparietto. Tremonti si è rivolto alla Gelmini chiamandola Brambilla, poi si è subito corretto ed ha aggiunto: "Una gaffe imperdonabile".
Per Tremonti la riforma approvata oggi rappresenta un punto di "equilibrio tra il modello americano e quello continentale: prevale il modello continentale con aperture allo schema anglosassone".

 

GLI STUDENTI: RAPIAMO LA GELMINI (MA SOLO PER SATIRA)
In seguito all'approvazione da parte del Consiglio dei Ministri della riforma dell'Università l'Unione degli Universitari come azione di protesta ha deciso di "rapire simbolicamente" Mariastella.

"Con questa iniziativa - è detto in una nota - non è nostro intento offendere nessuno o inneggiare alla violenza, stiamo solo usando uno strumento libero, utilizzato sin dai tempi dei romani, la satira. Chi fa le riforme continua a non ascoltare chi le subisce, infatti non c'é stato alcun tavolo di discussione con gli studenti sui temi della governance e del diritto allo studio. L'università appartiene a chi la vive a chi la frequenta quotidianamente, a chi attraverso lo studio sogna di costruirsi un futuro con il proprio impegno e la propria determinazione, appartiene agli studenti".

Gli studenti hanno diffuso un video (sito: www.udu.it, unione degli universitari) col quale chiedono il "ritiro della riforma, adeguati finanziamenti per l'università e il diritto allo studio e la partecipazione degli studenti ad ogni discussione riguardante qualsiasi progetto di riforma. La nostra idea è quella di un'università che sia pubblica, non ostaggio degli interessi dei privati, libera, senza barriere all'accesso, democratica, non in mano ai baroni, di qualità, perché possa davvero formare le coscienze, per tutti, non solo per i ricchi".


ECCO COSA PREVEDE LA RIFORMA GELMINI
La figura del ricercatore diventa a tempo determinato, cambiano le modalità di elezione dei rettori, arrivano il fondo per il merito degli studenti più bravi e anche i codici etici anti-parentopoli.
Si cambia registro, dunque. Entro 180 giorni le università dovranno rivedere i loro statuti, snellire Consigli di amministrazione e Senato accademici, ridurre le facoltà, inserire personale esterno nei nuclei di valutazione. E, soprattutto, non ci saranno più i vecchi concorsi interni che permettevano ai baroni di piazzare i loro candidati. Mentre per i professori scatta l'obbligo di fare 1.500 ore all'anno, di cui 350 dedicate alla didattica. Il ddl si compone di 27 pagine e 15 articoli che toccano anche il problema dei crediti extrauniversitari (saranno al massimo 12, non più 60) e quello dei lettori di scambio stranieri che vengono ripristinati.

  • Rettori a tempo, eletti dai professori
    Le università avranno sei mesi per mettere mano agli statuti e rivedere la loro governance. Se non lo faranno avranno tre mesi di deroga, poi, però, scatta il commissariamento. Senati accademici e Cda dovranno essere più snelli. I rettori potranno restare in carica al massimo otto anni e cambiano le modalità di elezione: saranno scelti con voto ponderato dei soli docenti. Facoltà e dipartimenti dovranno essere semplificati: le prime potranno essere al massimo 12 negli atenei più grandi. Per evitare sdoppiamenti gli atenei vicini possono federarsi.
  • Più soldi a chi merita di più (‘prof’ e studenti)
    Al ministero dell'Economia sarà creato un fondo per il merito degli universitari che erogherà borse e buoni, ma non a pioggia: per accedere bisognerà partecipare a dei test nazionali. I soldi si possono usare anche per mantenersi negli studi, per non perdere le borse bisognerà essere in regola con gli esami. Sono previsti prestiti d'onore. Sarà studiato anche un sistema di incentivi per gli atenei migliori con un rafforzamento della valutazione anche sulle politiche di reclutamento. Saranno valutati anche docenti e ricercatori: chi non si impegna tra i prof rischia di non avere gli scatti stipendiali. Occhi puntati poi sui bilanci degli atenei: chi non saprà tenere i conti in regola o rientrare da situazioni di dissesto finanziario rischia il commissariamento.
  • Reclutamento di professori e ricercatori a termine
    Per i docenti arriva l'abilitazione nazionale di durata quadriennale assegnata sulla base delle pubblicazioni da una commissione sorteggiata tra esperti nazionali e internazionali. Solo chi ha l'abilitazione può partecipare ai concorsi di ateneo che avverranno sulla base di titoli e del curriculum con i bandi pubblicati anche sul sito dell'Ue e del Miur. Non ci saranno invece più concorsi per i ricercatori a tempo indeterminato. Ci saranno solo contratti a termine di tre anni rinnovabili con selezioni pubbliche. Dopo il terzo anno lo studioso può essere chiamato dall'ateneo per un posto di docente. Anche il ministero potrà fare i suoi bandi per sostenere i migliori. Lo stesso vale per gli assegnisti della ricerca.
 

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