Il caso ungherese, ovvero stupidi che parlano e fanno danni
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Giovedì 10 Giugno 2010

di Lou Nissart

 

 


Le recenti vicende ungheresi hanno mostrato a usura il danno che possono fare governanti fuori di testa che parlano senza riflettere. I mercati finanziari oggi sono in condizioni di estrema fragilità psicologica: come la natura aborre il vuoto, la psicologia degli operatori detesta l'incertezza. Aumentarla con esternazioni intempestive significa provocare ondate di vendite cautelative su tutti i mercati.

Certo, i cosiddetti "fondamentali" contano anche loro. Quando un Paese è indebitato per tre volte il suo pil, vuol dire che ci metterà come minimissimo tre anni per rimborsare i debiti, e se dovrà farlo, a colpo sicuro suderà sangue. All'opposto se è indebitato per poche decine di punti percentuali non farebbe molta fatica, e dunque non gli sarà mai chiesto. Questi fondamentali in ogni modo contano meno dell'opinione che si ha di loro. Nessuno chiede conto ad Akihito della quasi-bancarotta del Giappone, perché quod non licet bovi comunque licet Iovi. Il governo americano si crogiola nella sua tripla A (concessa da tre agenzie tutte americane e tanto, tanto patriottiche) e nessuno pensa a un possibile crollo – che proprio per questo, quando alla fine ci sarà, sarà particolarmente rovinoso. Gli altri Paesi, e includiamo nel concetto di "Paese" anche l'Eurozona, dipendono invece molto semplicemente dall'esile opinione che se ne ha. Basta un nonnulla per modificare questa opinione e provocare sconquassi sui mercati dei capitali.

Perciò i governanti e i banchieri europei farebbero bene a lasciar cadere le grida e a valersi solamente dei sussurri, e beninteso, prima di avviare la lingua, dovrebbero sempre accertarsi che il cervello sia collegato.

Come infatti giudicare altrimenti che stupidi i nostri amici governanti e banchieri centrali tedeschi, che bloccano per mesi un soccorso urgente alla Grecia e poi continuano a seminare il terrore sui mercati finanziari con le loro parole in libertà? I tedeschi sono bravi in tutto, tranne due cose: fare la guerra (nello scorso secolo ne hanno fatte due e le hanno perse entrambe, perché erano incapaci di comprendere che per vincere le guerre bisogna combattere avversari di te più deboli, e non più forti) e gestire le sensibilità degli altri. Du lieber Gott, qualcuno ha ragione e qualcun altro ha torto, ed è proprio tutto qui: così ragionano (o sragionano) i governanti della Germania. Poi magari tutto precipita, ma ci vuole sempre l'equivalente finanziario dei carri armati russi a Berlino perché la Bundeskanzlerin di turno capisca di avere sbagliato qualcosa nel ragionamento.
L'atteggiamento più raccomandabile, per chi ci governa, è uno che appaia fermo ma non strafottente, modesto ma non tale da indurre al disprezzo. Anche così si difende l'euro. E ringraziamo il cielo se è sceso già così tanto: l'unica via d'uscita dalla crisi è esportare verso i Paesi che crescono, e accettare un minore tenore di vita. La svalutazione dell'euro rispetto al dollaro funziona esattamente come un ribasso dei salari e dei costi del capitale nell'accrescere la competitività degli esportatori. Ma i tracolli e le oscillazioni violente sono invece un bel guaio. Se poi vengono causati da qualche troppum dicere (come scriverebbe Merlin Cocai), ce ne sarebbe abbastanza per mandare i chiacchieroni sotto processo.