La storia dell'operaia Marisa e delle sue mani
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Venerdì 03 Luglio 2009

Dalla fabbrica al teatro, con un biglietto di andata e ritorno. E due passeggeri – Ascanio Celestini e Veronica Cruciani – che si intrecciano e scavano nella memoria per riportare in superficie in mondo nascosto degli operai, degli stabilimenti produttivi che, oltre a donare tutti i mesi uno stipendio misero, hanno lasciano nelle mani anchilosate i segni di un movimento ripetuto anche 500 volte all’ora, per anni.
L’attrice Veronica Cruciani ha raccontato, ne “Il tempo del lavoro” scritto da Ascanio Celestini, la storia di Marisa, operaia con gli arti superiori deformati dalle molle che montava in una catena di montaggio. Cinquecento all’ora, per ogni giorno che Dio le mandava sulla terra. Veronica Cruciani ha messo in scena lo spettacolo dentro un pezzo di cortile di una fabbrica. Un pezzo di terreno che la fabbrica ha lasciato al teatro, e che proprio dal teatro torna a nuova vita per raccontare – all’aperto, in modo che anche il cielo la potesse ascoltare – la storia di Marisa: una lavoratrice che, in un periodo in cui non si parlava ancora degli aspetti ergonomici negli ambienti di lavoro e nemmeno di tunnel carpale o di infiammazione degli arti a causa della ripetitività delle mansioni, a distanza di anni si accorge che quegli stessi movimenti ripetuti all’infinito, le hanno lasciato in eredità una malattia. Incurabile. E dolorosa, che fa ricordare alla protagonista tutti i giorni passati alla catena di montaggio a contatto con le molle.
Ascanio Celestini in “Fabbrica” c’è stato, e ha portato sui palchi di mezza Italia la storia di un capoforno alla fine della seconda guerra mondiale raccontato da un operaio che viene assunto in fabbrica per sbaglio. Il capoforno parla della sua famiglia. Del padre e del nonno che hanno lavorato nella fabbrica quando il lavoro veniva raccontato all’esterno in maniera epica. L’antica fabbrica aveva bisogno di operai d’acciaio e i loro nomi erano Libero, Veraspiritanova, Guerriero.
“Il racconto di ‘Fabbrica’ – ha spiegato lo stesso Celestini - diventa una lettera, l’ultima di tante che l’operaio-narratore ha scritto quotidianamente alla madre. Ha scritto una lettera al giorno per più di cinquant’anni e ne ha saltata soltanto una. E’ la lettera del giorno della sua disgrazia. E’ la disgrazia che l’ha lasciato segnato nel corpo, una menomazione, ma è anche il lasciapassare per la fabbrica, la causa che l’ha fatto lavorare per tanti anni. Con la scrittura di questa lettera l’operaio-narratore ricostruisce il ponte della memoria. Mette a posto l’ultimo tassello. Ma è il tassello più importante, quello che restituisce senso all’intero percorso della sua vita di operaio e di persona”.
Alessandro Carli