Diario della crisi del 26 giugno
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Venerdì 26 Giugno 2009

Quando l’operaio è dalla parte dell’azienda. Questa è una storia esemplare. Della Crisi. Del settore tessile italiano. Di Schio, profondissimo Veneto, il mitico nord-est. Di un’impresa: la “Smith Textile”, azienda meccanica che costruisce telai. E che va bene. Ci sono gli ordini, c’è il lavoro: cento macchinari sono quasi pronti per essere consegnati ai clienti, per un valore intorno ai tre milioni di euro. C’è un solo piccolo problema, contingente: manca la liquidità. Sapete come funziona specialmente nelle piccole e medie aziende: i clienti devono ritirare i macchinari e versare i soldini. E qui non c’è nessun problema: sono coperti da banche di Paesi solventi come Cina e India. Ma l’azienda non ha denaro sufficiente per pagare gli stipendi e i fornitori. E qui dovrebbero scattare le banche italiane come un sol uomo. E invece non scattano, rimangono ai blocchi di partenza. Nonostante i Tremonti bond, stanno diffondendo sempre di più la piaga della stretta del credito verso le imprese, come testimoniava anche l’inchiesta di San Marino Fixing tra le Confindustrie del circondario. Insomma, le banche non anticipano i soldi all’impresa veneta, come è sempre successo, innescando quel circolo virtuoso che permetteva alle banche di avere i loro interessi sui prestiti e alle aziende di produrre, fare reddito, e pagare fornitori e dipendenti. Tutti contenti come un sol uomo. Ma stavolta scattano gli operai. Cosa fanno? Perdono la pazienza, perché potrebbero perdere il lavoro. Inviano una lettera a Unicredit e Banco Popolare, le principali banche della ditta, che contiene un ultimatum: se gli sportelli non concedono il credito necessario alla loro impresa, chiuderanno i propri conti correnti. Secondo il sindacato, sono già un centinaio, sul totale di 180, gli aderenti a questa strana forma di solidarietà tra impresa e dipendenti. La crisi fa nascere nuovi comportamenti sociali. La crisi crea nuove relazioni industriali.

Saverio Mercadante