La torre è un simbolo di dichiarata potenza
PDF Stampa
Venerdì 11 Ottobre 2019

Pisa

 

di Simona Bisacchi

 

Ogni castello, ogni cattedrale, ha la sua torre.

È il luogo inattaccabile in cui imprigionare una principessa.

La parete da scalare per espugnare la fortezza. È simbolo di dichiarata potenza. E profonda solitudine.

Eppure, non c'è principessa che non sia scappata da quella cima. Nemmeno le forze oscure di Saruman, ne "Il Signore degli anelli" di Tolkien, riescono a trattenere tanto a lungo lo stregone Gandalf sulla torre di Orthanc, al centro della fortezza di Isengard. Perché uno stregone che combatte l'Ombra non è mai solo. Per quanto puoi emarginarlo, imprigionandolo così lontano dalla terra da non poterne sentire nemmeno il grido, lui avrà sempre un aiuto che arriva dall'alto, un'aquila gigante come Gwaihir, re dei venti, che viaggia per i cieli solo per salvarlo.

Ci sono anche torri che non rinchiudono ma accolgono qualcosa di prezioso, come la torre d'avorio dove risiede l'Infanta Imperatrice con la sua corte, ne "La storia infinita" di Michael Ende. Questa bambina di indescrivibile bellezza non vive segregata, nascosta, non ha timore che qualcuno le possa fare dal male, perché non regna imponendo la sua volontà, lascia le creature libere, anche di sbagliare, e non le giudica. E loro non le farebbero mai del male, perché sanno che senza di lei non esisterebbero. Il suo problema è un altro, trovare qualcuno sulla terra che abbia ancora immaginazione, che abbia la capacità di darle un nuovo nome.

E poi c'è lei, la torre di Pisa. Non è una semplice costruzione architettonica. È un paradigma. Un monito che si alza storto e imponente sulle nostre teste. Ci racconta che è possibile innalzarsi per più di cinquanta metri, anche se hai i piedi a mollo nell'argilla. E non per un giorno, no, per settecento anni. Sta comodamente al suo posto dal quattordicesimo secolo, appoggiata su un terreno instabile, rivolta comunque alle stelle.

Ci fissa con il suo sguardo di sbieco, da sotto la gobba, e ride di noi. Perché lei, così piegata, pesante ed enorme, si lascia ammirare come la più splendida delle regine. Mentre noi lottiamo ogni minuto per non far vedere le nostre imperfezioni, condannando quelle degli altri, e non ammettendo che il terreno può franare ma si può comunque rimanere in piedi. E pure belli.

E lei che poteva essere l'ennesimo eccellente campanile di una cattedrale italiana, lei deve ringraziare quella pendenza, quell'errore, quel suolo che le è crollato sotto i piedi per averla resa unica.

È incomparabile e preziosa come gli sbagli dei bambini quando su una paginetta cercano di descrivere le meraviglie che hanno nella testa. Come due persone che si incontrano in una situazione difficile e diventano amici nell'affrontarla. Oh quella torre di Pisa, storta e sola come un adolescente dopo la prima delusione d'amore. Eppure così forte da non crollare, come un adolescente quando capisce quanta altra vita c'è dopo quella delusione.