Un “grigio” si aggira sul palcoscenico: ieri Giorgio Gaber, oggi Elio
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Venerdì 15 Novembre 2019

il grigio gaber

 

di Alessandro Carli

 

"La scena è una specie di grossa scatola chiusa che allude a un interno non realistico con alcuni mobili sistemati in modo illogico, quasi emblematico. Tutti gli altri elementi del racconto: siano essi oggetti o persone, non appaiono o sono soltanto evocati dall'attore che usa i mobili di scena anche in modo improprio. Dietro la parete di fondo, all'occorrenza anche trasparente, si possono a volte intravedere i musicisti che sottolineano con melodie e percussioni i vari momenti della vicenda". Si apre così – con questa didascalia esplicita – la licenza poetica che negli anni Ottanta un "Signor G." si era preso: in pieno periodo del teatro-canzone (lui, il suo, l'unico, il più grande) quasi a voler destabilizzare (ancora una volta) il suo pubblico, "pensa" e mette in scena, assieme al fedelissimo Sandro Luporini, un monologo che solamente il tempo ha saputo rendergli giustizia. Impensabile, sino ad allora (ed è per questo che il "Signor G." è stato un pioniere, un innovatore, un poeta altissimo), scrivere per il palco un testo su un'ombra che è solo un'evocazione. C'è un uomo da solo in una bella casa nuova: l'ideale per lavorare, per riflettere, per rimettere un po' le cose a posto. Dietro le spalle, le macerie normali di una vita normale: un matrimonio finito, un'amante delusa, un figlio un po' estraneo, il disinganno di scoprire che "l'amore è una parola strana. Vola troppo. Andrebbe sostituita".

Andato in scena dal 1988 al 1990, questo monologo si rivela una irresistibile macchina narrativa: esatta, ironica e tagliente. Perché "tutti abbiamo bisogno di qualcuno o qualcosa che non faccia addormentare i nostri dubbi". Il titolo? Silenzio. Effetto notte. "Il grigio". Il grigio nel buio, aspetta. Lui è un essere perfettissimo. Lui è il nemico. È contro di lui che avverrà lo scontro finale: perché il grigio è – apparentemente – un topo.

G. è "Il Grigio" prima e dopo Giorgio Gaber. "Il Grigio" è un testamento, qualcosa che supera la letteratura teatrale. Ma è anche un sogno passato, una stella cadente lontana nel tempo (è andato in scena dal 1988 al 1990), una promessa.

 

"È UNA FATICACCIA..."


"Un lavoraccio terribile – disse a suo tempo lo stesso Gaber a Giorgio Comaschi –, questo spettacolo è una faticaccia. Dopo 'Parlami d'amore Mariù', nel quale Sandro (Luporini, ndr) ed io avevamo spostato decisamente il tiro sui sentimenti e dove le canzoni diventavano parte integrante del testo, stavolta non canto più. C'è solo musica a creare le atmosfere. Come un racconto teatrale. Ma soprattutto teatro. Questo è l'ultimo lavoro in teatro. Credo che dal 70 ad oggi, cioè dal 'Signor G.', questo personaggio senta la necessità di chiudere il ciclo. Da una solitudine disincantata e autoironica, agli anni dell'impegno e dei messaggi, e infine a un oggi che io e Sandro abbiamo raccontato come nostro ma che in realtà abbiamo capito appartenere un po' a tutti".

 

IL GRIGIO PIÙ GRIGIO

 

Il legame tra Gaber e San Marino non è solo legato alla sua ultima esibizione dal vivo, quella di febbraio del 2000: "Il Grigio" - che si rivelerà alla fine una sorta di doppio inquietante che arriva a trascinarsi dietro un suo doppio, un altro topo, per cercare di beffare il doppio dell'uomo - è stato preparato, 30 anni fa, a Dogana. E a Dogana farà ritorno il 17 novembre, nella versione di Elio, in uno degli appuntamenti più attesi della stagione teatrale 2019-2020 della Repubblica.