“Non abbiamo gli aiuti UE, ma possiamo trovare una linea di credito in Italia o in Europa”
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Venerdì 17 Aprile 2020

Neni Rossini

 

di Daniele Bartolucci

 

Da una parte l'emergenza sanitaria nazionale, dall'altra l'evoluzione della pandemia a livello globale: l'economia sammarinese sembra stretta tra questi due grandi temi e, al momento, sembra essere messa in secondo piano. "Inutile dire che la situazione che stiamo vivendo è difficilissima, e ha colto impreparato il mondo intero costringendo tutti noi a cambiare drasticamente le nostre vite e anche le nostre prospettive, come Paesi, imprese e cittadini. Dopo l'iniziale drammatico impatto, ora si sta gestendo l'emergenza ma allo stesso tempo dobbiamo essere capaci", spiega la Presidente di ANIS, Neni Rossini, "di affrontare subito anche l'altra grande urgenza del Paese, ovvero cosa accadrà quando il coronavirus non sarà più il nostro nemico quotidiano, ma le priorità torneranno, prepotentemente, ad essere quelle di prima, probabilmente anche più gravi se non saremo stati in grado di farvi fronte in questi mesi".

 

Partiamo allora dal coronavirus e dal suo impatto sull'economia.

 

"Il lockdown che San Marino si è autoimposto, per certi versi anche più rigoroso della stessa Italia, che è stato il primo Paese europeo a deciderlo, sta dimostrandosi efficace per contrastare il diffondersi del virus, ma allo stesso modo sta ovviamente deteriorando l'economia del Paese, che già non godeva di ottima salute come sappiamo. La chiusura totale di tanti settori si sta rivelando insostenibile, come si evince anche dai numeri che stiamo elaborando con il monitoraggio continuo delle aziende associate ANIS: le aziende delle filiere che possono restare aperte sono poche e anche quelle che stanno chiedendo di operare in deroga, con un numero di potenziali occupati veramente ridotto al minimo e insufficiente a sostenere il sistema sammarinese, nemmeno con delle riconversioni mirate".

 

Quali i possibili interventi?

 

"Occorre avere ben chiare due cose: la sicurezza assoluta di chi lavora e quindi della nostra comunità e la consapevolezza che senza lavoro e imprese operative il nostro sistema non reggerà già nel breve periodo. Bisogna quindi ragionare sia su quella che è l'attuale situazione, sia su quella che avremo tra qualche tempo, quando i numeri dell'epidemia permetteranno di togliere qualche vincolo e divieto. Per quanto riguarda oggi, come ANIS abbiamo messo in campo tutte le nostre risorse e competenze per permettere a quante più aziende di rimanere aperte e lavorare, seppure a regime ridotto, anche suggerendo e concordando con le Istituzioni e il Governo le deroghe possibili, i nuovi DVR, le modalità di telelavoro (che andrebbero aggiornate inserendo la possibilità, come avviene in fabbrica, di integrarle alla CIG) e tanto altro. L'obiettivo è quello di ampliare, mantenendo la sicurezza come detto, il numero di aziende che possono continuare a lavorare. Per il domani, invece, occorre studiare fin da subito come riaprire, con che tempistiche e con quali modalità".

 

L'altro problema può essere, però, il mercato internazionale e gli ordini dall'estero.

 

"Alla riduzione dei consumi interni, dettata dai divieti alle persone, sta infatti seguendo un calo della domanda esterna: questo è facilmente spiegabile con il progressivo lockdown che dopo l'Italia stanno attuando tanti altri Paesi in Europa e non solo. Molte aziende che potrebbero operare hanno infatti lamentato un calo di ordini e il trend potrebbe restare negativo, a meno che...".

 

A meno che?

 

"Se è vero che la Cina prima, poi ora l'Europa e anche gli Stati Uniti, hanno introdotto misure restrittive, stanno tutti spingendo per riaprire il prima possibile. In Italia si parla apertamente di una fase 2 e di una fase 3, la stessa cosa si discute a livello internazionale. Io stessa ho partecipato nei giorni scorsi alla videoconferenza di Business Europe, l'organizzazione a cui la nostra Associazione partecipa insieme alle altre realtà confindustriali europee: anche tra di noi si parla di riapertura, se non quando, almeno del come ripartiremo. E in questo le scelte politiche ed economiche sono fondamentali, seppur molto diverse tra loro e in particolare rispetto a San Marino, che non ha alle spalle né BCE né FED, per esempio".

 

Che prospettive ha, quindi, San Marino?

 

"L'emergenza da coronavirus, come esplicitato anche dal FMI nel report pubblicato in questi giorni ha messo ancora più a nudo le criticità del nostro sistema economico: crisi di liquidità, sistema bancario in difficoltà ed economia fortemente rallentata da burocrazia e scarsa integrazione con il mercato europeo in particolare. Di queste problematiche, che vanno comunque affrontate con un progetto a 360 gradi come diciamo da tempo, la liquidità è prioritaria perché senza risorse aggiuntive non riusciremo a far fronte alle trasformazioni che ci attendono".

 

Liquidità significa in pratica ricorrere al prestito esterno?

 

"Più che prestito preferiamo parlare di linea di credito, ma la sostanza non cambia: dobbiamo assolutamente trovare un canale creditizio che possa sostenere il nostro sistema nel difficile processo di riforma che sappiamo di dover fare, e sarebbe bene che iniziassimo ad avviarlo subito perché più tempo aspetteremo più pesante sarà il prezzo da pagare. Una linea di credito, invece, ci permetterebbe di pianificare al meglio, con un orizzonte decennale o anche ventennale, la sostenibilità del Bilancio dello Stato, del welfare state e dello sviluppo economico, unico volano – insieme ad una corposa spending review troppe volte rinviata - per ripagare il debito pubblico".

 

A chi rivolgersi?

 

"Il Governo ha già aperto, tramite il Presidente Mattarella, un canale diplomatico con l'Italia. Nel momento in cui dovesse partire l'ombrello di aiuti dell'Unione Europea, l'Italia potrebbe certamente aiutarci e fare in modo che anche San Marino, direttamente o indirettamente, possa attingere da queste risorse. Lo stesso vale per l'accesso al credito della BCE. Se avessimo oggi quell'Accordo di associazione di cui si parla da anni ma di cui ancora non sappiamo bene a che punto sia la trattativa, ci avrebbe forse permesso di accedere a diverse forme di finanziamento. Basti pensare a ciò che ha fatto la BCE questa settimana con l'acquisto di 30 miliardi di titoli di stato dei Paesi europei: noi abbiamo circa 350 milioni di euro di titoli di stato, ma la BCE non li può comprare".

 

Come sbloccare la situazione?

 

"È un percorso in salita, ne siamo consapevoli, ma proprio per questo occorre da parte di San Marino una grandissima unità e coesione. Serve uno sforzo da parte di tutti, se vogliamo che San Marino ottenga questo genere di sostegno dall'esterno. Ed è ormai chiaro a tutti che da soli non riusciremo a farcela. Per questo motivo, oggi più che mai, vanno messe in campo tutte le nostre migliori forze, politiche, economiche e anche diplomatiche, per raggiungere un risultato positivo e duraturo".

 

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