Erga omnes, va rivista la rappresentatività 
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Domenica 27 Settembre 2009

Un anno intenso, decisamente. John Fitzgerald Kennedy giurò come 35esimo Presidente degli Stati Uniti d’America, Charles De Gaulle riconobbe l’indipendenza dell’Algeria, Yuri Gagarin fu il primo uomo a volare nello spazio. Fu l’anno del fallito sbarco alla Baia dei Porci e la Terra fu vicina come non mai alla Terza guerra mondiale, mentre un giovane Bob Dylan e un gruppo di capelloni di Liverpool, i Beatles, muovevano i primi passi nel mondo della musica. Era il 1961, l’Italia stava incominciando a vivere la sua stagione più florida. E anche a San Marino stava iniziando una nuova epoca, ma l’emigrazione era ancora una realtà stringente. Sotto il profilo delle relazioni sociali, per concedere garanzie ai lavoratori, sulla scia di quanto fatto l’anno prima in Italia, venne introdotto ai sensi della legge 7/1961 il principio dell’erga omnes applicato ai contratti di lavoro. Questo implicava – e sul Titano implica ancora oggi – che in presenza di trattamenti differenti nel concorso tra due contratti saranno applicate le clausole più favorevoli ai prestatori di lavoro (secondo comma dell’articolo 9 della legge in questione). La questione è tornata di attualità dopo la firma, la settimana scorsa, da parte di Osla e delle tre sigle sindacali delle tabelle contributive del contratto industria, inserite nel più ampio discorso del tavolo tripartito. L’ANIS, che non ha firmato né il cosiddetto documento tripartito né il contratto ritenendo che non sussistono le condizioni necessarie per tutelare le imprese (sintetizziamo al massimo: azioni anticrisi insufficienti e aumenti troppo alti in questi tempi bui), è stata tirata in ballo con la vecchia storia dell’erga omnes: le condizioni firmate da Osla dovrebbero valere anche per i lavoratori delle imprese associate ANIS, che sono la grande maggioranza. Come dire che la legge del più piccolo deve valere per tutti, anche chi non è assolutamente d’accordo. Il fatto è che se l’erga omnes, come dice il nome stesso, dovrebbe valere per tutti. O per nessuno, come riteniamo noi. Il fatto è che a San Marino non è così. Un esempio eclatante, lo abbiamo anticipato martedì sul nostro sito internet www.sanmarinofixing.com, è il contratto artigianato, sottoscritto da Csdl e Cdls separatamente con l’Unione Artigiani e con l’Organizzazione dei Lavoratori Autonomi. Hanno tabelle diverse e diverso trattamento. E il sindacato, che oggi chiede ad ANIS di chinare il capo e accettare l’erga omnes, non può aver dimenticato di avere firmato due diversi contratti per l’industria. Non può dimenticarlo anche perché l’ha scritto a chiare lettere sul proprio sito internet (la Cdls, per la precisione), spiegando le differenze tra i due. Che non sono certo una bazzecola, a partire dalle ore lavorate (37,5 contro 40 settimanali) e dal salario variabile. E’ un’ulteriore conferma del fatto che le regole sulla rappresentatività vanno riscritte. Cosa dice la storia? E poi vogliamo dare il colpo di grazia a questo principio che non unisce ma divide, che viene usato strumentalmente per privare una parte di cittadini dei propri diritti? Vogliamo mandare in pensione (con tutti gli onori, per carità) l’erga omnes dopo anni di onorato servizio? E allora andiamo a vedere cosa racconta la storia. L’erga omnes ai contratti di lavoro in principio fu applicato in Italia nel 1959, a seguito dei celebri Decreti Vigorelli; San Marino giunse dunque solo in seconda battuta. In Italia il meccanismo di estensione erga omnes non esaurì la propria forza nel Ventunesimo Secolo, ma addirittura nel 1960, quando la proroga concessa con la legge n.1027 venne dichiarata incostituzionale in quanto la legge delega aveva esaurito il proprio carattere di “eccezionalità”. Quella che in Italia è stata una breve parentesi, dunque, sul Titano si è aperta e non si è mai chiusa.

Loris Pironi