Editoriale: sul concetto di libertà e di satira
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Martedì 20 Gennaio 2015

 

di Alessandro Carli

 

L'attentato alla redazione del settimanale satirico francese "Charlie Hebdo" della scorsa settimana – 12 morti e molti feriti in cambio di una nerissima notorietà in tutto il mondo – ha squarciato quell'ipotetico dialogo multireligioso in atto da anni in Europa, mostrando al mondo che non esistono luoghi sicuri, tantomeno le redazioni. Al di là della condanna del vile atto, ho voluto provare a capire da dove potesse nascere un attacco così violento. Qualche sera fa ho chiamato un conoscente, un ragazzo islamico. Abbiamo bevuto una tazza di tè e gli ho posto una serie di domande. Mi ha spiegato che nel mondo i credenti in Allah sono più di un miliardo e mezzo, che l'80% degli islamici è moderato e moderno, ma che esiste una parte di persone che seguono alla lettera il Corano. E nel libro si legge che Maometto, nel 624, assediò la fortezza degli ebrei della tribù dei Banu Qainuqa e che, nella sua vita, il Profeta partecipò a circa 60 razzie ed episodi di violenza anche contro alcune tribù beduine. Mi ha parlato delle crociate cristiane per liberare il Santo Sepolcro, e ha concluso dicendo che l'Europa parla di integrazione tra le religioni ma con superficialità: manca, secondo lui, lo studio delle culture diverse da quelle europee. E che l'Islamismo non permette la rappresentazione di Maometto in modo ridicolo o ironico.

La satira è una forma di lusso che si possono permettere solamente i Paesi davvero liberi, quelli che vedono nelle strade le donne camminare, studiare, vivere senza forme di sessismo o discriminazione.

Il "Sciarlì Ebdò" – detto alla francese - intanto è uscito mercoledì 14 gennaio con un'edizione di 8 pagine, invece che le solite 16, ma con una tiratura di tre milioni di copie invece delle tradizionali 60mila (In Italia Il Fatto Quotidiano l'ha messo "a panino"). E' questa, con straordinaria sintesi, la risposta più bella che si potesse leggere.

 

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