Il crollo Lehman: quel giorno che cambiòla storia
PDF Stampa
Lunedì 14 Settembre 2009

A.L., D.L.. Avanti Lehman, Dopo Lehman. A un anno esatto dal crollo della Lehman Brothers facciamo i conti con la crisi. Anzi, con la Crisi, con la “C” maiuscola. Quella che ha cambiato, per sempre, il mondo della finanza e l’economia mondiale.
Dal 15 settembre 2008, giorno del collasso del colosso Lehman Brothers, quarta banca d'investimento americana, 158 anni di vita alle spalle, sono fallite negli Stati Uniti 107 banche, di cui 92 solo nel 2009, una media di dieci banche al mese.
Solo venerdì scorso la Fdic – la statunitense Federal Deposit Insurance Corporation - ha chiuso tre istituti: Corus Bank, Brickwell Community Bank e Venture Bank, un'operazione che costerà alle casse dell'agenzia 2 miliardi di dollari. A fallire, in questa fase, sono soprattutto le banche di piccole e medie dimensioni, e per rendere meglio la portata di questa situazione – che si è tutt’altro che attenuata negli ultimi mesi, a fine agosto la stessa Fdic ha dichiarato che nel secondo trimestre dell’anno la lista delle banche in difficoltà e a rischio crack è salita a quota 416 unità.

LEHMAN, COSA SUCCESSE DAVVERO
Il fallimento “pilotato” di Lehman ha radici profonde. Le crepe nella facciata a cristalli liquidi di uno dei simboli di Wall Street iniziarono a manifestarsi già nel 2007 a causa dei famigerati mutui subprime, instabili e infidi, su cui però si poggiava una larga fetta degli investimenti dell’istituto. Lehman fu costretta a chiudere la divisione che se ne occupava, a fare fronte a perdite davvero consistenti, a operare sanguinosi tagli al personale.
Era l’agosto del 2007.
Passiamo al 9 settembre 2008: la mancata acquisizione da parte della Korea Development Bank provoca il crollo del titolo in borsa (-44,95%), che a cascata trascina con sé nei giorni successivi anche il Dow Jones. È il panico in borsa, si rievocano le atmosfere e gli scenari di quel famoso 1929, gli investitori vendono tutto il possibile, LB perde la quasi totalità del proprio valore. Poi, il 15 settembre, all’una di notte, Lehman Brothers Holdings annuncia l'intenzione di avvalersi della bancarotta pilotata. È l’inizio della crisi: in un solo giorno il titolo crolla (-80&), il Dow Jones crolla (500 punti bruciati, peggio era andata solo un altro giorno di settembre: l’11, del 2001), i miliardi di dollari bruciati in ventiquattrore sono 613. Le luci del palazzo-simbolo si spengono, i fotografi immortalano i dipendenti dell’azienda che escono con gli scatoloni in mano, le chiese e i pub si riempiono di disperati.

TUTTA COLPA DELLA POLITICA
Gli esperti di finanza hanno trovato un “colpevole” – o un capro espiatorio, che dir si voglia – di tutta questa situazione. Henry Paulson, Ministro del Tesoro di George W. Bush. Certo, la crisi di Lehman fu sistemica, e tutto il sistema statunitense (e mondiale), ora lo sappiamo, era un gigante dai piedi d’argilla. Ma fu Paulson a decidere di lasciar fallire Lehman Brothers. Fu lui a prendere la decisione – sofferta, azzardata, agghiacciante possiamo dire oggi – di lasciar fallire LB perché era sicuro che il sistema avrebbe retto. Le sue ragioni riviste con il senno di poi le sapremo soltanto nel 2010, quando Paulson darà alle stampe un libro con tutta la sua verità. Un best seller, sicuramente. Quello che disse allora, però, già lo sappiamo: che era più importante concentrarsi sul salvataggio dell’Aig, altro colosso, ma assicurativo (milioni di americani erano assicurati con Aig, e non dimentichiamo che di lì a poco negli USA sarebbe iniziata la chiamata alle urne per eleggere il nuovo presidente). E che poi il vecchio motto di punirne uno per educarne cento sarebbe stato un segnale importante per Wall Street, un segnale per far mordere il freno alle speculazioni sempre più sfrenate.
A un anno di distanza, quei giorni da incubo sono lontani. La crisi però è sempre presente. Le banche concedono crediti con estrema difficoltà, le aziende sono alle prese con problemi di liquidità e con un mercato che stenta a riprendersi, milioni di lavoratori in tutto il mondo sono disoccupati.

COSA ACCADRÀ OGGI: IL DISCORSO DI OBAMA
Quello che occorre capire oggi è se la lezione Lehman è stata capita. C’è grande attesa, per il discorso di Barack Obama, a un anno esatto dal tracollo dell’economia USA.
Dalle anticipazioni del suo consigliere Larry Summers e del ministro del Tesoro Timothy Geithner, Obama confermerà che la crisi è superata, evidenzierà la crescita delle Borse, e s’impegnerà a regolamentarle entro la fine dell’anno. Ma ammonirà che la ripresa economica prevista nel semestre in corso non ridurrà la disoccupazione. Nelle intenzioni, il discorso dovrebbe essere una sorta di spartiacque tra il prima e il dopo, tra l’A.L. e il D.L., tra la finanza spregiudicata e l’economia sostenibile, passando da una vera e propria svolta a Wall Street.
Di fatto però gli analisti non riescono ad essere ottimisti. Il Premio Nobel Joseph Stiglitz in un’intervista a Bloomberg ha affermato che “I problemi sono peggiori di quelli che si riscontravano nel 2007, prima della crisi". Stiglitz fa eco all’Advisor di Obama. Paul Volcker, ex Presidente della Fed, che ha espresso l’esigenza di adottare investimenti per scoraggiare le banche a crescere eccessivamente. Questo perché negli ultimi dodici mesi, dopo il crack LB, negli Stati Uniti e nel resto del Mondo molte banche che erano considerate troppo grandi per fallire sono diventate ancora più grandi. Citiamo sempre Bloomberg: oltre Oceano gli asset di Bank of America sono aumentati mentre Citigroup è rimasta pressoché intatta. Nel Regno Unito Lloyds Banking Group (controllata dallo Stato per il 43%) ha acquistato le attività di Hsbo e in Francia BNP Paribas, controlla ora anche gli asset bancari di Fortis in Belgio e Lussemburgo.