Parmalat, per battere i francesi ci vogliono soldi sul piatto
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Mercoledì 30 Marzo 2011

Venerdì prossimo il Consiglio di amministrazione di Parmalat valuterà se spostare a giugno l’assemblea già fissata per il 12, 13 e 14 aprile. Ma, trapela dal vertice uscente, la deroga concessa dal decreto voluto da Giulio Tremonti per difendere l’italianità dell’azienda potrà essere giustificata solo in presenza di fatti nuovi. In altri termini se oltre ai francesi della Lactalis si materializzerà la finora fantomatica cordata tricolore. E qui si rischia di rivedere un film già noto. Nessun decreto, nessuna norma di reciprocità, nessuno “shopping giuridico” quale quello promesso ancora da Tremonti per equilibrare le leggi protezionistiche francesi, potrà mai funzionare se poi le banche e le industrie italiane non fanno la loro parte. Cioè non mettono i soldi sul piatto come i francesi. Fin qui però si è mossa solo Intesa, che è tuttora alla ricerca di altri partner industriali e finanziari. La Ferrero avrebbe certamente i mezzi per imporsi, e presumibilmente anche l’interesse strategico visto che ha già chiesto a Lactalis di rilevare la sua quota, ottenendo per risposta un secco rifiuto. Agli altri, da Unicredit a Granarolo fino a Tamburi investment partners, non si capisce se la Parmalat interessi oppure no. Un esempio? Venerdì 25 marzo Giovanni Tamburi, presidente di Tip, ha dichiarato: “Siamo pronti ad investire in una cordata italiana”, indicando in 350 milioni la cifra (virtualmente) disponibile. Tre giorni dopo la stessa Tip ha fatto sapere di non essere interessata. L’attenzione è però puntata sulla Ferrero. L’azienda di Alba ha una liquidità stimata in oltre due miliardi di euro, nonostante dal 2000 ad oggi abbia distribuito agli azionisti dividendi per pari importo e altrettanti ne abbia deliberati, trasformandoli in crediti finanziari. E siccome la Ferrero non è quotata, questa montagna di denaro è rimasta nelle casse aziendali, e anche nelle tasche della famiglia. E’ sicuramente interessata a migliorare la propria penetrazione sui mercati inglese e americano, come dimostra la trattativa per la britannica Cadbury comprata poi dalla Kraft. Ma la Parmalat sta cercando di minimizzare i costi: finora ha infatti escluso la mossa risolutiva, quella di lanciare un’opa il cui costo è stimato in circa 5 miliardi (che ovviamente non sarebbero tutti a carico della Ferrero). Si dice che a frenare gli ardori patriottici sia anche una norma del decreto milleproroghe, che impedisce alla Parmalat di utilizzare per dieci anni non più del 50 per cento della liquidità (oggi 1,4 miliardi) per distribuire dividendi. Studiato per impedire che l’azienda, risanata dopo i famosi scandali, disperdesse il proprio tesoretto frutto anche dei contenziosi vinti con le banche, il codicillo rischia di trasformarsi in un boomerang. Che però evidentemente non impensierisce più di tanto i francesi, che pure lamentano oltre 800 milioni di debiti. E dunque? Non basta che gli italiani difendano il made in Italy solo a parole. Non basta che Emma Marcegaglia offra il sostegno morale della Confindustria. Se è vero, come è vero, che il sistema industriale italiano è tra i più liquidi e solidi d’Europa – il che è servito anche per garantire a Bruxelles la sostenibilità del nostro debito pubblico – occorre ogni tanto tirar fuori i soldi. Un fatto al quale la nostra imprenditoria e le nostre banche, entrambe viziate da decenni di scatole cinesi e patti di sindacato, non è particolarmente abituata. Diversamente finirà come per la telefonia, l’hi-tech, la chimica, la siderurgia; e domani magari l’energia (Edison) e l’auto (Fiat). Ed allora dare la colpa ai francesi sarà non solo inutile, ma anche un po’ ridicolo.

 

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