Iran: avanti con arricchimento uranio
PDF Stampa
Lunedì 19 Ottobre 2009

Iran, Afghanistan, Pakistan. E Stati Uniti d’America. Sono tutti collegati da un filo rosso. Così come collegati sono la corsa al nucleare di Teheran, la recrudescenza talebana in Afghanistan, il disimpegno militare in Medio Oriente (e il relativo consenso) a cui anela Barack Obama, l’ombra grigia in cui troppo spesso opera il Pakistan, tra appoggi logistici agli occidentali e operazioni occulte.
Oggi a Vienna sono in corso i colloqui tra l’Agenzia dell’Onu per il nucleare, il gruppo dei cosiddetti “cinque + uno” (Usa, Regno Unito, Russia, Cina, Francia e Germania) e la delegazione iraniana, per convincere Teheran ad accettare che la produzione di uranio arricchito al 20 per cento venga fatta in un paese terzo. Ma sull’incontro aleggia ancora il fantasma della strage nel Sistan-Belucistan (la regione sud-orientale dell’Iran dove evidentemente il consenso al regime di Ahmadinejad non è poi così scontato), l’attentato suicida rivendicato dalla formazione sunnita separatista “Jundollah” che ha portato alla morte di 49 persone, tra cui alcuni comandanti dei Pasdaran, i Guardiani della Rivoluzione. Il governo di Teheran aveva subito lanciato pesanti accuse a Washington e Londra - minacciando “vendetta” - per la loro presunta responsabilità nell’attentato suicida, accuse rispedite seccamente al mittente.
Tutto questo, dicevamo, s’inserisce nel contesto del confronto per tenere sotto il controllo degli organismi internazionali la corsa al nucleare dell’Iran, per evitare la possibilità di vedere nelle mani di Ahmadinejad la bomba atomica, un’arma terribile – che inevitabilmente sarebbe perennemente puntata su Israele – anche semplicemente a scopo destabilizzatore nella polveriera mediorientale. Perché accusare gli occidentali di aver ordito un attentato kamikaze in Iran? Innanzitutto, sostengono gli esperti, perché il regime non può permettersi di accettare pubblicamente l’idea di un dissenso all’interno dei propri confini nazionali. Molto meglio accusare i servizi segreti dei ‘nemici della rivoluzione islamica’ americani e britannici. E poi questo drammatico episodio, avvenuto proprio alla vigilia dell’importante incontro di Vienna, può essere usato come arma nel braccio di ferro per proseguire l’arricchimento dell’uranio (nella foto il sito iraniano scovato dalle intelligence occidentali attualmente sotto osservazione).
Venendo al summit austriaco di oggi, Ali Shirzadian, portavoce dell'Organizzazione per l'Energia Atomica iraniana, ha affermato all’agenzia di stampa Irna che "Se i colloqui non si concluderanno con il risultato desiderato dall'Iran... inizieremo ad arricchire altro uranio da soli". E comunque il portavoce ha detto inoltre che l'Iran non fermerà le attività di arricchimento dell'uranio anche se riceverà combustibile dall'estero per il suo reattore di Teheran. "Comprare combustibile nucleare all'estero non significa che l'Iran interromperà le proprie attività per l'arricchimento dell'uranio in patria".

E IL PAKISTAN?
È fuori di dubbio che la strategia di disimpegno dall’Afghanistan che stuzzica così fortemente il Presidente Obama preoccupi non poco il Pakistan. Che se da un lato sta cooperando nella lotta ai terroristi talebani, dall’altro lascia comunque loro ampia libertà di azione nelle proprie zone più remote. È un dato di fatto che sia questa la zona dove più facilmente i terroristi riescono ad armarsi, a prepararsi e a ordire le proprie azioni terroristiche. Teheran, che anche con il Pakistan non ha – e non può avere – rapporti sereni, ha sostenuto che che Abdolmalik Rigi, leader di “Jundollah” - la formazione sunnita separatista che ha rivendicato la paternità dell’azione – si nascondeva proprio in Pakistan. Ipotesi smentita dal Pakistan: “Secondo le informazioni in nostro possesso Rigi non s trova sul territorio”, ha detto il ministro pachistano dell’Interno Rehman Malik prima di assicurare al collega iraniano la piena cooperazione nella ricerca dei responsabili dell’attacco terroristico.