Superbowl ai Green Bay Packers Per gli Steelers rimonta a metà 
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Lunedì 07 Febbraio 2011

SUPERBOWL, GREEN BAY IN FESTA.

 

di Loris Pironi

La città più piccola degli Stati Uniti (nella National Football League) si è aggiudicata l’impresa più grande. Green Bay è in festa da ieri sera (le 4.30 in Italia) dopo la straordinaria vittoria nel XLV Superbowl, nel megastadio da ricconi di Arlington, Texas.
I Green Bay Packers sono riusciti a non deludere i pronostici e, trascinati dal quarterback Aaron Rodgers, Mvp della finale, hanno piegato la resistenza dei Pittsburgh Steelers, la squadra Campione del Mondo 2008, la franchigia più blasonata dell’Nfl.
Il risultato finale di 31-25 racconta di un match tirato fino all’ultimo minuto, quando Big Ben Roethlisberger, specialista in rimonte, esperto in vittorie al fotofinish, leader carismatico della squadra d’acciaio ha spedito alla ricerca di una ricezione impossibile su una doppia copertura l’ultimo lancio della sua partita. E per i giallo verdi dalla grande ‘G’ è iniziata la festa. Una festa che ha rischiato seriamente di non andare in scena perché per una buona metà dell’incontro l’inerzia ha girato decisamente in direzione degli Steelers, capaci di riportarsi in linea di galleggiamento malgrado un primo quarto da incubo, e nonostante siano finiti sotto addirittura per 21-3.

 

 IL VINCE LOMBARDI TROPHY
TORNA A CASA

Saranno pure piccoli gli ‘impacchettatori’ di Green Bay, cittadina di appena 100 mila abitanti nel freddo Wisconsin, a un tiro di schioppo da Milwaukee. Maledettamente piccoli ma convinti dei propri mezzi, e sfegatati per la propria squadra (per riuscire ad ottenere un abbonamento al Lambeau Field, 72 mila posti, potete solo… ereditarlo), una delle grandi glorie del football americano, la seconda più vecchia franchigia della Nfl (dopo i Cardinals), fondata nel 1919. E il Vince Lombardy Trophy, il trofeo realizzato rigorosamente a mano, in maniera artigianale, il simbolo più ambito del football americano, di fatto torna a casa, come in molti hanno detto, gridato, pianto, scritto sui cartelloni esposti allo stadio. Perché il trofeo è intitolato all’uomo che cambiò la storia del football e portò i Packers ad aggiudicarsi i primi due titoli della loro storia, quasi mezzo secolo fa. L’ultimo titolo prima di quello conquistato ad Arlington Green Bay lo aveva vinto nel 1996 contro i New England Patriots, ma il digiuno è stato lungo fino all’avvento di Aaron Rodgers.

 

 

GLI ERRORI DI PITTSBURGH,
LA RIMONTA MANCATA
Chi sbaglia paga, anche (soprattutto) nel football americano. E gli Steelers hanno sbagliato decisamente troppo. Tre turnover, tre palle perse (due intercetti e un fumble) sono troppi in una partita così importante. Troppi soprattutto se costano 21 punti.
Il mantra del football per cui sono le difese che fanno vincere i campionati è stato ripetuto mille volte negli ultimi giorni. E in campo si fronteggiavano due difese terribili. Infatti nel primo quarto per dieci minuti anche conquistare solo un primo down si è rivelato un’impresa, con i due punter a fare gli straordinari. Poi è salito in cattedra Rodgers e ha pescato libero Jordy Nelson con un lancio di 29 yard chiuso con un touch down a 3’51”. Passano 14 secondi, il tempo di un kick off e di un lancio di Roethlisberger intercettato da Nick Collins e riportato fino in fondo. E per gli Steelers sono brividi. Quattordici punti in 14 secondi, anche questo è un record. Pittsburgh rompe il ghiaccio con un field goal centrato da Shaun Suisham (che ne sbaglierà clamorosamente un secondo, ma dalla lunga distanza). E poi ancora un intercetto nel secondo periodo messo a segno da Jarrett Bush permette a Rodgers di consegnare a Greg Jennings un bel pacchetto da 21 yard che viene scartato direttamente in end zone, per il 21-3. Prima dell’intervallo lungo Roethlisberger riapre la partita e gira l’inerzia dalla sua parte, pescando il veterano Hines Ward con un lancio da 8 yard a 47” dalla sirena: 21-10.

 

C’è quindi tempo per rifiatare, lo stadio si riempie delle luci e delle musiche dei Black Eyed Peas autori di uno spettacolo straordinario, con la ‘sorpresa’ dell’apparizione di Slash, con cui la cantante Fergie ha duettato in Sweet Child O' Mine e quindi anche del rapper Usher. Pubblico in delirio per il miniconcerto mentre negli spogliatoi le due squadre riordinano le idee.


Dopo l’intervallo Pittsburgh prova a completare la rimonta più incredibile: una corsa da 8 yard di Rashard Mendenhall vale il 21-17, gli Steelers potrebbero portarsi addirittura a -1 con il già citato calcio sbagliato di Suisham da 52 yard: le sorti dell’incontro sarebbero potute cambiare decisamente con la distanza ridotta a meno di un FG. Ma il football è anche questo e se la difesa dei metallurgici non molla di un centimetro, quella dei Packers fa anche meglio e costringe Mendenhall a perdere il pallone dopo un contatto durissimo con Clay Matthews: e Green Bay ne approfitta ancora. Rodgers si trova a meraviglia con Nelson, però a mettere quello che potrebbe essere il colpo del ko sarà Jennings (28-17 a 12'03'' dalla fine). Pittsburgh torna a due touch down di distanza ma non molla, Roethlisberger manda in meta Mike Wallace (25 yard pass) e poi suggella con una preziosissima trasformazione da 2 punti che riapre nuovamente i giochi: 28-25, con 7'34'' sul cronometro, un’eternità. Dall’altra parte c’è Aaron Rodgers che vuole portare a casa il suo primo Superbowl cancellando il ricordo dell’immenso Brett Favre, un’ombra perenne su qualsiasi Qb nella verde baia. E Rodgers amministra il tempo con saggezza arrivando a pochi passi dalla meta e permettendo al piedone di Mason Crosby di segnare il 31-25 da distanza abbordabile (23 yard). Dopo il kick off gli Steelers si trovano con tutto il campo da percorrere, con un solo time out a disposizione e senza neppure lo stop del cronometro per il two-minuts warning (il drive comincia da 1’59”). Centodiciannove secondi da giocare, una montagna da scalare e una difesa da aprire. Se avete un Roethlisberger in squadra, dategli la palla, perché non c’è nessuno oggi come lui per uscire da queste situazioni disperate. Ma questa volta non era da scommettere, perché anche Big Ben alza bandiera bianca a 45” dalla fine, ed inizia la festa di Green Bay. Inizia la festa di Aaron Rodgers, votato Mvp del match con 304 yard guadagnate (con 24/39, percentuale non devastante ma buona, soprattutto perché esente da errori gravi) e tre touch down, contro le 263 yard guadagnate da Roethlisberger (25/40) con due touch down ma anche due intercetti sul groppone.

 

INCUBO CHRISTINA AGUILERA:
SBAGLIA L’INNO AMERICANO
Cose che capitano, direte voi, l’emozione e quant’altro. Ma Christina Aguilera, la superstar chiamata a cantare a cappella, come da tradizione, l’inno nazionale americano, la serata del Superbowl la ricorderà come un incubo. Per il pubblico i brividi regalati dalla sua voce incredibile si trasformano ben presto in sconcerto generale, quando la povera Christina al posto del verso "O'er the ramparts we watch'd, were so gallantly streaming" canta "What so proudly we watched at the twilight's last reaming", saltando quindi un pezzo dell’inno. I giocatori si guardano allibiti mentre dal pubblico, oltre 100 mila persone, si alza un vero e proprio boato di disapprovazione.
La stessa Aguilera, in comunicato, si è scusata presto scusata: “Posso solo sperare che tutti abbiano sentito il mio amore per questo paese e che il vero spirito dell’inno sia arrivato”. Ma al di là di questa difesa d’ufficio la figuraccia mondiale resta.

 

TANTI VIP IN TRIBUNA
(COMPRESO GEORGE W. BUSH)
In tribuna, a fare festa, una parata di vip. Applaude l'ex presidente George W. Bush, soffrono e si divertono tra gli altri Michael Douglas, Cameron Diaz, Jennifer Aniston, Ron Howard, Owen Wilson.


FIAT: SPOT RECORD CHRYSLER AL SUPERBOWL CON EMINEM
La volontà permette di raggiungere ogni obiettivo, il fallimento non è contemplato. Chrysler ha scelto Eminem e le forti suggestioni simboliche della canzone 'Lose Yourself' del re del rap di Detroit per inaugurare l'inedita campagna pubblicitaria della nuova Chrysler, in occasione del SuperBowl 2011, la vetrina pubblicitaria per eccellenza. Una scelta azzeccata più che mai per due motivi: perché i due minuti di spot rappresentano il record assoluto per il Superbowl la finalissima del campionato di football americano vista da oltre 100 milioni di telespettatori nel mondo. E poi perché Eminem, icona di Detroit, la città di Chrysler, per scelta non ha mai prestato la sua voce, la sua persona o le sue canzoni alla pubblicità. Un messaggio forte perché oltre 100 milioni di americani hanno ricevuto forte e chiaro il messaggio di grinta e determinazione portato avanti dal marchio Chrysler, dalla società e dai suoi dipendenti, come evidenziato dalla stessa casa automobilistica.

 

 

IL VIDEO CON GLI HIGHLIGHTS (NFL.COM)


 

LE STATISTICHE UFFICIALI DEL SUPERBOWL (NFL.COM)

 

 

 

 

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