Giochi Piccoli Stati, Cons critica il Liechtenstein. Cerimonia d’apertura, sbagliata la bandiera
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Venerdì 03 Giugno 2011

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Dall'inviato

Pierfrancesco Grossi


VADUZ -  Soddisfazione per l'assegnazione dei Giohi del 2017, ma anche certo sconcerto per un'organizzazione, qua in Liechtenstein, che ha non ha lascito sempre bene. Ci è andato giù deciso ieri il presidente del Cons Angelo Vicini nella prevista conferenza di metà settimana a fare il punto della situazione: "Non tutto ci è piaciuto - ha sottolineato di fronte a taccuini e microfoni il numero uno del Comitato Olimpico - non solo per eccessiva rigidezza di orari ad esempio per quel che riguarda la mensa, cosa che noi troviamo assurda, ma anche per una cerimonia d'inaugurazione che non ha convinto in tutto e per tutto: molto semplice e, d'accordo, quello ci può anche stare ma come spiegare certe inadempienze tipo il fatto che la nostra bandiera non era quella giusta e l'abbiamo dovuta sostituire noi? Inutile dire che da un Paese come questo ci si poteva in realtà attendere molto di più. Per questo penso di redigere un rapporto al presidente lussemburghese che perché vengano fissati degli standard al di sotto dei quali non poter stare. Crediamo sia troppo importante". Come intanto lo è stata la sicurezza del via libera ai Giochi del 2017: "Le aperture di cicli che abbiamo fatto nel 1985 e nel 2001 sono state importanti, quasi un punto di riferimento. Sappiamo che non sarà facile ripetersi ma abbiamo tempo per organizzare qualcosa di buono". Insieme poi al festival culturale da allestire nell'anno in cui non si compete: "L'idea è buona, ora va subito sviluppata, senza far passare troppo tempo".

Capitolo Giochi: nessun oro è stato ancora conseguito, ma il bilancio è positivo: "Forse sarebbe potuto arrivare nel ciclismo con la Veronesi che ha guadagnato invece l'argento, peccato, ma in fondo siamo sostanzialmente in linea coi programmi. E tennis, volley donne e mountain bike in cui possiamo primeggiare, devono ancora chiudersi. Senza contare il cambio generazionale che non vuol essere una scusa ma una realtà".