Nba, Kobe Bryant entra nella storia
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Mercoledì 18 Novembre 2009

Chi ha detto che i Lakers erano entrati in crisi? Nessuno che conosca bene, ma bene d’avvero, l’immenso Kobe Bryant. Che contro i Detroit Pistons ha segnato 40 punti per la 100esima volta nella sua carriera, interrompendo (106-93) la micro-striscia negativa dei giallo-blu. “E’ un vero onore”, ha commentato con grande semplicità il buon vecchio Kobe. “Tutto ciò ha comportato tanto lavoro, e quando mi guardo indietro non riesco a credere di averne fatte cento, di partite così”. Umiltà e tanto lavoro, solo così si diventa una stella che brilla a lungo. Una lezione per tutti i giovani sportivi.

 

 

Otto sono state le partite giocate nella notte di martedì. In campo – con poca fortuna – anche i Toronto Raptors di Bargnani e Belinelli. Ma tra un Andrea e un Marco, a fare la voce grossa è stato un certo Carmelo: Carmelo Anthony, che ha trascinato i suoi Denver Nuggets al successo sui Raptors con un roboante 130-112 finale. Subire 130 punti significa difendere poco e male: una chiave di lettura sin troppo semplice. Bargnani rifila sì tre stoppate agli avversari, ma soffre troppo la fisicità dei lunghi di Denver. Alla fine chiuderà con 12 punti ma percentuali bassine (5/12, 0/3) e 6 rimbalzi in 30’ sul parquet. Belinelli, che per metà partita regge bene l’urto dei Nuggets e si diverte in una “sparatoria” dalla lunga distanza con i “piccoli” di Denver (Smith in particolare), portando i suoi anche a +11. Beli chiuderà con 16 punti (2/4, 3/7, 4 rimbalzi), ma alla fine, come dicevamo, a fare la differenza è Carmelo Anthony con 32 punti e percentuali chirurgiche (12/15 senza mai tentare l’azzardo da oltre l’arco): quando ha qualche centimetro di troppo cala l’asso, altrimenti scarica per i compagni, e per Toronto son sempre dolori. Nel quarto quarto poi i Nuggets volano a +17 e gli ultimi minuti sono un lungo garbage time.

Raccontiamo in poche righe anche di Cleveland – Golden State per raccontare di un super Lebron James, che fa la differenza a favore dei Cavs (114-108) con una prova maiuscola, soprattutto nel finale, inchiodando il punteggio a +6 quando sul cronometro mancavano 36”. Da segnalare che erano tantissime le assenze su entrambi i fronti: Cleveland non poteva contare su Shaq e Varejao, Golden State, tra infortuni e influenza A, ha dovuto far girare sul parquet appena 6 giocatori (in panchina ne aveva 8, il minimo consentito).

I risultati di martedì. Cleveland Cavaliers – Golden State Warriors 114-108; Miami Heat – Oklahoma City Thunder 87-100; New Jersey Nets – Indiana Pacers 83-91; New Horleans Hornets – Los Angeles Clippers 110-102; Houston Rockets – Phoenix Suns 105-111; Denver Nuggets – Toronto Raptors 130-112; Sacramento Kings – Chicago Bulls 87-101; Los Angeles Lakers – Detroit Pistons 106-93.
I risultati di lunedì. Atlanta Hawks - Portland Trail Blazers 99-95; Orlando Magic - Charlotte Bobcats 97-91; Milwaukee Bucks - Dallas Mavericks 113-115.

 

ALLEN IVERSON COMPAGNO DI GALLINARI A NY?
C’era un giocatore, se si può chiamare semplicemente un “giocatore”, che malgrado la sua carriera stratosferica e la sua classe immensa non trovava più spazio nella sua squadra.

E c’è una squadra che, malgrado il blasone e tanta buona volontà, continua a vedere nero il proprio futuro (e quando gioca in casa son sempre dolori). Si possono collegare le due cose? A New York pensano proprio di sì. Soprattutto adesso che Allen Iverson ha rescisso il contratto che lo legava ai Memphis Grizzlies.

Il comunicato ufficiale la spiega così: “I Grizzlies e Allen Iverson sono giunti a un accordo per la rescissione in seguito ai problemi personali che hanno costretto il giocatore a lasciare la squadra lo scorso 7 novembre. Allen farà un passo indietro per concentrarsi sul problema. Come conseguenza noi abbiamo deciso di interrompere il contratto, consentendo a entrambe le parti di andare avanti. Gli auguriamo il meglio”. Giratela come volete, ma il vero problema è che da quando si è trasferito a Memphis, Tennessee, Iverson non è mai partito titolare (solo 3 partite giocate). Per uno che ha fatto la storia dei 76ers (10 stagioni) e che ha lasciato il segno anche ai Nugget e ai Pistons, 4 volte capocannoniere dell’Nba, malgrado la veneranda età di 34 anni, è comprensibile che la panchina vada stretta. E alla finestra ci sono i New York Knicks di Gallinari e coach D’Antoni, che stanno soffrendo le pene dell’inferno e che hanno assolutamente bisogno di rinforzi per risollevare una stagione grama (1-9, il peggior inizio di sempre). Prima di pensare al ritiro, nella Grande Mela ci sarebbe spazio dunque per un’altra impresa.